In questi tempi si discute molto di risorse, del fatto che siano in esaurimento o della necessità del loro riutilizzo e via discorrendo, c'è però una di queste risorse che è sempre rimasta al di fuori di questi ragionamenti, lontano dalle luci della ribalta: è il suolo. Il suolo è infatti il nostro patrimonio più grande, un'immensa ricchezza letteralmente sotto i nostri piedi, che però va gestita e curata con molta attenzione, poichè una volta rotto l'equilibrio di un territorio, gli effetti sono sempre dannosi e di lunga durata; tutto ciò che viene fatto su un territorio, sia esso un devastante sfruttamento o un'oculata gestione, viene trasmesso alle generazioni future, che si ritroveranno a dover convivere con le conseguenze (buone o cattive, a seconda dei casi) delle politiche attuate da chi li ha preceduti. In questi anni i comuni, soprattutto quelli medio piccoli (che peraltro rappresentano la maggior parte degli 8.102 comuni italiani) hanno contato sempre più sugli oneri di urbanizzazione per introitare risorse che servono a chiudere i bilanci e tenere in piedi i servizi. Senza la svendita del territorio, in pratica, la stragrande maggioranza degli enti locali italiani non sarebbe in grado di tenere aperti gli asili nido, far funzionare gli scuolabus, prestare assistenza agli anziani. Insomma, una vera follia, un circolo vizioso che spinge anche i sindaci più sensibili a sottostare a questo ricatto che, nei fatti, trasforma il territorio devastandolo e pregiudicando la qualità della vita delle persone che lo abitano. Esempi ce ne sono tanti, anche vicino a noi, di vaste porzioni di terreno agricolo o di aree verdi, cementificate intensamente con edilizia residenziale o con capannoni industriali, che tra l'altro, in molti casi, restano assolutamente vuoti ed inutilizzati, ed in altri casi, dopo un iniziale utilizzo, vengono abbandonati da chi li usava e restano a decadere come enormi scatoloni di cemento armato; scatoloni che fra vent'anni saranno ancora lì, a testimoniare ai nostri figli ed ai nostri nipoti lo scempio che è stato fatto del territorio. Ma allora, come può fare un ente locale che volesse giustamente smettere di cementificare, a racimolare i fondi necessari per il mantenere e possibilmente migliorare i servizi offerti ai cittadini? Una risposta a questa domanda la stanno dando i comuni che hanno aderito al movimento “Stop al consumo di territorio”, un movimento a cui aderiscono non solo comuni, ma anche associazioni e privati cittadini, che si prefigge di fermare questo tipo di politica, proponendo sei motivi per i quali bisogna cambiare strada:
1. Perché il suolo ancora non cementificato non sia più utilizzato come “moneta corrente” per i bilanci comunali.
2. Perché si cambi strategia nella politica urbanistica: con l’attuale trend in meno di 50 anni buona parte delle zone del Paese rimaste naturali saranno completamente urbanizzate e conurbate.
3. Perché occorre ripristinare un corretto equilibrio tra Uomo ed Ambiente sia dal punto di vista della sostenibilità (impronta ecologica) che dal punto di vista paesaggistico.
4. Perché il suolo di una comunità è una risorsa insostituibile perché il terreno e le piante che vi crescono catturano l’anidride carbonica, per il drenaggio delle acque, per la frescura che rilascia d’estate, per le coltivazioni, ecc.
5. Per senso di responsabilità verso le future generazioni.
6. Per offrire a cittadini, legislatori ed amministratori una traccia su cui lavorare insieme e rendere evidente una via alternativa all’attuale modello di società.
Su questi sei punti sono tanti i comuni, da Cassinetta di Lugagnano (Mi) a Solza (Bg), da Vinchio e Refrancore (At) fino alla vicina Colorno (Pr), che hanno costruito PSC innovativi, che prevedono una crescita ridottissima del territorio urbano o addirittura propongono (e realizzano) la crescita zero, senza per questo togliere fondi ai servizi offerti ai cittadini. Infatti tutti questi enti hanno recuperato soldi da una gestione diversa del territorio, limitando al massimo gli sprechi energetici ed investendo in forme di energia pulita che rendano autonomi gli edifici pubblici, liberandoli del tutto o quasi dalle spese delle bollette, hanno reperito finanziamenti alternativi da Stato e Regioni e c'è anche chi, disponendo di una bellissima villa rinascimentale, a deciso di offrire matrimoni civili in villa a mezzanotte ed a lume di candela, chiedendo quattrocento euro in cambio; insomma si lavora di fantasia, ma si può fare, quando c'è la volontà politica di attuare un radicale cambiamento nella gestione del territorio.
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