Ultimamente si è tanto parlato dell'impianto di segregazione geologica della CO2 a Cortemaggiore. Per chi non lo sapesse, questo è un progetto sperimentale che utilizza un pozzo di stoccaggio del gas naturale sito tra i comuni di Cortemaggiore e Besenzone, di proprietà dell’Eni, come serbatoio della Co2 emessa dalla centrale a Carbone di Brindisi, di proprietà dell’Enel.
Secondo il progetto presentato, la Co2 catturata con un sistema anch’esso sperimentale, viene successivamente compressa, liquefatta e trasportata su gomma al sito individuato dove viene stoccata in quattro grandi serbatoi, per poi essere iniettata in continuo nel sottosuolo. L’operazione ha due obiettivi: uno più sperimentale, che va nella direzione di abbattere entro il 2020 il 5% delle emissioni di CO2, considerata la maggiore responsabile dell’effetto serra e per cui la Comunità Europea mette a disposizione cospicui finanziamenti ed un secondo obiettivo di più stretta rilevanza tecnica che è l’uso della CO2 per aumentare la pressione del pozzo e permettere di mantenere operativa la Concessione estrattiva di Eni che è in scadenza. Gli obiettivi, pur legittimi, dei committenti si scontrano con diverse criticità che il progetto porta con sé: innanzitutto la grande distanza del sito di stoccaggio da quello di emissione, uno dei punti più critici dell’intero progetto; tutti gli stoccaggi ad oggi sperimentati sono contigui al luogo di emissione e collegati da condotte interrate. La notevole distanza tra i siti (900 km), richiede un continuo via vai da una parte all’altra del paese di autocisterne, con aggravio di traffico, rischio d’incidenti, necessità di predisporre dei serbatoi di stoccaggio per permettere l’iniezione continua. Bisogna poi considerare che la CO2 catturata e stoccata corrisponde solo allo 0,05% di quella prodotta (8.000 t/anno stoccate su 15.000.000 t/anno prodotte), rendendo il bilancio energetico dell'operazione di molto in passivo, oltre ad un calo dell’efficienza della Centrale di produzione del 15%. Questa iniziativa, nonostante il notevole dispendio di energie tecniche e finanziarie, persegue la filosofia della discarica, che nasconde sotto il “tappeto” l'immondizia derivante dall'uso e dall'abuso delle risorse naturali e non affronta in modo virtuoso la necessaria riduzione dell'emissione, distogliendo risorse consistenti dalla ricerca di fonti energetiche alternative e di miglioramento dell’efficienza nell’utilizzo delle risorse naturali.
In aggiunta, come si evince dallo studio d'impatto ambientale a corredo del progetto, il nostro territorio viene definito come un luogo in cui le acque superficiali e l’atmosfera sono già compromesse, in cui l'agricoltura ha sfruttato in modo intensivo il territorio, in cui non ci sono particolari bellezze naturali da salvaguardare ed è già stato ampiamente sfruttato e studiato dal punto di vista estrattivo e geologico, ritenendolo quindi non meritevole di salvaguardia. Eni, che nel bene e nel male, ha fatto la storia socio economica della nostra Comunità, permettendole di svilupparsi fortemente, ha però vincolato gran parte del nostro territorio all’uso estrattivo prima e di stoccaggio poi; quando, negli anni ’90, ha ritenuto di dismettere la quasi totalità delle sue attività sul territorio, non ha ritenuto di dover avviare un processo di risanamento del territorio, mai chiesto con adeguata fermezza, lasciando vincoli per servitù inutilizzate ed un’area industriale bisognosa di urgenti interventi (es. coperture di amianto).
Infine, pur ritenendo l’evento improbabile, è quantomeno preoccupante che non sia previsto nessun piano di sicurezza a prevenzione degli incidenti ed a tutela dei cittadini, nel caso si dovesse verificare qualche malfunzionamento degli impianti.
Manifestando una certa sudditanza, la nostra attuale Amministrazione ha subìto decisioni prese altrove, senza opporsi quando si sarebbe potuto e non sapendo, successivamente, governarle ponendo richieste e pretendendo tutele, attendendo che Eni offrisse le compensazioni che riteneva opportune e che altri (Provincia, Regione, Arpa, Comune di Besenzone) facessero le necessarie osservazioni, dimostrando di non avere su questo tema la sensibilità dei nostri vicini; a fronte infatti di una gestione coscienziosa e critica, soprattutto sulla sicurezza, da parte del comune di Besenzone, i nostri amministratori hanno risposto ad ENI con una sostanziale ”non contrarietà”, senza un'interrogazione della popolazione e senza uno studio condotto da esperti super partes che chiarisse a tutti le idee.
Noi crediamo che oggi Cortemaggiore debba decidere di attuare sul suo territorio una nuova forma amministrativa, che rispetti finalmente l'ambiente e che ponga la cittadinanza al centro delle attività, con gli Enti preposti alla valutazione di impatto non solo ambientale, ma anche economico e sociale, in grado di contemperare le esigenze imprenditoriali di investire in innovazione tecnologica con il compito primario di tutela della salute e del territorio. Siamo convinti che in ottica civica e partecipativa i temi di questo tipo vadano trattati con ben diversa trasparenza e impegno, rendendoli oggetto di discussione e giudizio con la popolazione fin dal principio .
A questo proposito qui c'è il link di una notizia molto interessante
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